La vecchia cinese pazza

La vecchia cinese pazza
Cammina tra locuste senza ali
Con il suo unico occhio di voci
Si racconta esorcismi disegnati
Diventa paglia al sole
Sacrificio traballante sopra il senso comune
Io aspetto
Sono eoni che lo faccio
Nel mentre mi leggo i passi
Li faccio scivolare nel più assurdo vortice
Mi impegno come un redentore sfiduciato
Mentre la vecchia cinese pazza
Se ne frega
E mi chiede soldi
Il suo dio è una medaglia senza testa ne croce
Imprecando affoga tra le locuste
Assicurandosi un paradiso di stracci sporchi

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La cecità del tatto

Insonne svegli carnalita’ offese
Cercando nel buio
Processioni di prostitute mai redente
Ti domandi prima dell’ indifferenza
Come sia il star nel ventre di un feroce mattino oscuro
Il confine supera la visione
Si sveste di ipocrisia lacrimata
E torna a dormirti al fianco
Senza disturbare

Rimango aldifuori di questa scena
Diventando regista unico
Delle dita che navigano le lenzuola
Immacolati e ciechi segugi del desiderio
Il nostro tatto si purifica nel tocco
Di quante ombre immaginate
Non abbiamo mai raggiunto
Malgrado le avessimo amate

Mira barattando le doti

E si immola lanciandosi nel vuoto

con ali di acciaio scintillante

artigli per ogni dito

che sommergono le fantasie che a malapena nasconde

Si erge come un fantoccio sopra le rovine di un circo informe

arrancando sensuale all’ultima dimora che ricordo

Ogni maledetto colpo lanciato contro quella ruota che gira

sempre più vorticosamente in se stessa

ed io miro sempre più concentrata

fino a voler colpire l’attimo esatto in cui tutte le mie domande avranno una risposta

diversa da quelle sbialnciate che evito ad ogni secolo

Baratto doti con pezzi di mosaici affilati

ed ogni giorno perdo qualche brandello di ieri

Ti vedo

mentre scansi lacrime da questo cielo come pioggia

che tu camminando tranquillo accetti ma non ti lasci bagnare

Fantocci appesi per la coda

allenati da furori che ora non ricordo

Ogni mia lama è un ricordo

un qualcosa di impreciso sull’orlo del dimenticare

non importa più se sono stati buoni o cattivi

sono solo coltelli da lanciare…

Il sagrato d’ametista

Chissà che si dice la gente quando cammina per strada e si guarda in giro

con quegli occhi che cercano scommesse per la giornata,

qualcosa che vada ben oltre ai minuti che gocciolano senza capolavori di fantasia

come se scendessero da una lama di un assassino sconosciuto e accettato da tutti

Chissà cosa pensa la donna che cammina davanti a me

divincolata tra vestiti troppo stretti per rendersi comoda

assomiglia ad un attrice al finire della carriera

troppo cerone sui sogni

troppe scarpe rotte da nascondere nel camminare

e ci si veste per impersonare desideri dozzinali

copiare lampare spente che fanno brillare aldilà di una scatola rumorosa

la sera ci svestiamo di quella troppa polvere che ha appassito i nostri figli lacrimati

e torniamo a indossare maglie lunghe fino a coprire la vergogna di non stupirci di più.

Chissà che paure hanno quegli occhi spenti che guardano dritti senza vedere

quei figli incompresi con il profumo di una galilea affondata

un arca spezzata prima del diluvio delle proprie beltà

Il banditore si è fermato appena prima di quello spiazzo

polveroso ma vuoto

eppure riempito di ogni occhiata di questa povera e splendida gente

ogni foglia che cammina su queste strade di velluto in fiamme

E’ una corsa a chi arriva prima in un luogo senza fretta

la mortalità del respirare a lungo e bene

masticare senza fondo

non aver più opere da comporre cantandosi addosso

E anche queste parole

non vogliono smettere

ci ho provato

eccome se ci ho provato

ma alla parola fine

urlavano

“ancora molt incubi da smaltire”

Non posso che continuare a esserne schiavo

Cosa ha pensato la madre che trascinava la figlia di qualcuno?

la piccola fiammiferaia vestita di tutto punto

con sandali sporchi di desideri

Il lupo cattivo di fiabe al contrario

dove i buoni hanno vinto la pace eterna

e i cattivi sono ancora li fermi a schernire i buoni propositi

A chi interessa cosa guarda la gente?

Se non a pensare: <guarda forse me?>

Siamo un verme lungo un mondo

egoista e senza interesse se non per interesse

Chissà cosa guarda la gente sul sagrato d’ametista

Stanco nel bel mezzo di nulla

Stanco di promettermi maree di petali blu

riposante invece di ottener pace

spingo il collo e poi la testa

lascio scivolare le mani sulle guance

scendono senza volontà dalle sopracciglia

sono pianure contorte

ogni muscolo ha corso per mille battiti d’espressioni

curvando per non sbandare a improvvisi sorrisi cesellati

E’ la terra della veglia

maledetta e feroce veglia che si ostina a parlarmi urlante

mentre vorrei colare da queste quattro gambe

Venite a stento stupidi efori

giudicate il re di chi mi tiene sveglio

rincuorate i gesti sottili di questo sbatter le palpebre come se fossero lame piegate

sono stanco e voglio riposare

in mezzo a questo ocenao di voci narranti

storie di dei rovesciati dalle giare di puro soffio al fiele

Stanco… le dita scivolano sulle parole

quando invece avrebbero bisogno di esser inchiodate ad assi di legno di cedro

io ti sottointendo

ti scivolo sconfitto dalla gravità di questo corpo espanso oltre il limite

sentirsi qui ed allo stesso tempo ovunque, aldifuori

è geometria sbagliata dove il sopra corrisponde al lato in diagonale di nessuna forma

alla fine è un letto a molle dimenticato in mezzo alla stanza

un prologo per un fachiro troppo stanco per ingannare

sono stanco e voi non lo sapete

sono a malapena in piedi e nemmeno mi porgete l’altra guancia

siete egoisti

piccoli calamari danzanti ed egoisti

siete voci narranti fuori campo

che mi arrivano alle orecchie quando mancano vacche sacre a scacciarvi con la coda

folletti blu e gobbi

niente di così splendido intorno a questa poltrona nel bel mezzo del nulla

stanco….

Sognando dentro tasche altrui

Non sono più sicuro di appartenere a queste mura

a dipingermi su materassi morbidi di prati di cemento

a lanciarmi come un sasso su questi piani irregolari che offrono al tempio il suo destino

Non sento più l’odore del bosco dietro casa

la scena ultima di un tormento che cammina sulle mani

la vertigine di un secolo di storia marcita tra le mani dei signori benvestiti

Lasciami entrare… ora che sono bagnato di stelle comete

Sono carino e non ho tempo da buttare nel dimenticarsi il domani

Sono dolce come quando i tempi si ricordano di passare

Sono…. sono…

Sono tutto questo di nulla che accade

la metamorfosi di un decennio di scherzi atroci

la fureria di un campo improvvisato

dimenticato acceso da fiamme fredde

Ergersi per non proliferare ricordi pavidi

calde ciocche di capelli ormai sbiaditi

fasci di latrati che percorrono le vene del tempo

mentre qui trema tutto anche le mie preghiere in dissolvenza

qualcosa ci creò per renderci conto

e spendiamo la vita a cercar un senso mistico

dietro a tendine colorate

per abbellire il tempo

ecco dove ci fermiamo

appena prima di partire

Quando lei venne

rimasero ad attenderla per giorni sotto la pioggia

e prima non avevano scopo

se non rivoltarsi come maiali nei ricordi

Mi chiamerai dicendomi che sono carina?

lo farai senza avermi sfiorato le guance?

non sapevano rispondere a tutto questo

la lasciarono fare sul suo corpo umido di benzina

acre follia che si stagliava nei meandri di un giornale di annunci economici

Scusi? Lei si è mai amato?

Non rispose nessuno,

tutti a vociare di attimi di felicità passati

ma in altri momenti?

Nessuno ricordava di una vita tra l’esser felice e l’adesso

L’ho sognato tutto questo?

Oppure è accaduto realmente nel frattempo di uno sbadiglio?

Anche il vento scende in guerra

E sono i cadaveri dei ricordi a risorgere

quando inizi a camminare sull’orlo di una vecchia gonna scucita

laceranti attese in fila per raccogliere amori da mercato nero

E’ la guerra dei propri giorni

che si combatte da codardi senza viso

Nascondendosi nelle rovine di case che avremmo dovuto ricostruire

stando bene attenti al coprifuoco dei desideri

Si muore solo da vecchi perchè si è stufi di vivere

e fin troppi vecchi adolescenti si vedono ai lati di un sogno alterato.

Chi sarà stato il mandante di queste guerre

Siamo signori della guerra impazziti

che attendono in una sala di sudari capovolti

lascia che sia la polvere a coprire i miei occhi

dice il savio

Lascia che la polvere scorra da un cielo antico

dice l’ubriaco

Sui muri del giorno dopo

troveremo scritte che inneggiano la libertà

e manderemo squadre della morte a catturare

qualcosa che vorrebbe il ritorno dei nostri sorrisi

quelli veri

quelli che salgono a scuotere la mente

fogli strappati in balia dei venti che soffiano da nessuna origine

torneremo con meno presunzione a quella falsa partenza

Invocando aiuto senza vederci con la mano tesa

Questa guerra inizia nel momento stesso in cui ci facciamo caso

contemplandoci al contrario

annaffosamente pensanti

complicati senza utilità

Questa guerrà è la vergogna dei molti

la morte degli assoluti

la furia del non esserci stati

giudicati da un bambino che ci chiede:

<perchè dovete farlo?>